30 ottobre 2006

Il gioco delle tre carte, e altre storie (di Alta Velocità)

di Claudio Cancelli - Ingegnere, Comitati Val di Susa

Nel presentare la legge finanziaria per il 2006, il Consiglio dei Ministri del precedente governo faceva nel 2004 il punto della situazione finanziaria del paese, e dichiarava, a bocce ferme o quasi, che il deficit della spesa pubblica era stato nel 2004 pari al 2,9% del prodotto interno lordo (p.i.l), quindi dentro il limite imposto dall’accordo europeo, siglato al momento della costituzione della moneta unica (3% del p.i.l). Per l’anno 2005 si prevedeva di abbassare questo rapporto al 2,7%.

Che le cose non siano andate in questi termini è sotto gli occhi di tutti. Oggi ci viene chiesto di tirare la cinghia per circa 35 miliardi di euro in un anno, al fine di rientrare nel limite del 3%, abbondantemente superato negli anni precedenti. I motivi che rendono necessario il sacrificio, buoni o cattivi che siano, vengono cantati in coro sui mezzi di comunicazione; ma dei motivi che hanno reso del tutto errate le proiezioni della finanziaria 2005, e persino la valutazione a posteriori del debito degli anni precedenti, si preferisce non parlare. Qualcuno della nuova maggioranza prova ad attribuire il deficit alla finanza allegra del precedente governo, ma evita con cura di approfondire l’argomento; non si sa mai, Tremonti si potrebbe inferocire. Perché non è vero che il precedente ministro del Tesoro non sapesse fare i conti; lui il pallottoliere lo sa usare benino. Se il deficit è divenuto di colpo più alto di circa un punto del prodotto interno lordo, è perché l’istituto europeo di statistica, nella sua funzione di controllore dei bilanci dei vari Stati dell’Unione Europea, si è rifiutato di avallare una truffa schifosa, ma a tutti nota e da tutti condivisa, che la nostra classe dirigente era andata affinando in passi successivi, dai falsi degli anni ’90 attorno alla natura societaria di TAV Spa, fino alle norme previste dalla legge n. 443 del 2001, la cosiddetta Legge Obbiettivo del governo Berlusconi. Questa truffa si chiama modo di finanziamento delle grandi opere. Senza entrare nel merito di una lunga e complicata storia, ci limitiamo a ricordare che l’idea centrale della truffa consiste nell’istituzione di una Scatola Vuota s.p.a. (Alta velocità s.p.a., Infrastrutture s.p.a., Ponte di Messina s.p.a., et cet.), una società con capitale pubblico ma di diritto privato, il cui ruolo è quello di finanziare l’apertura dei cantieri e la costruzione delle grandi opere, facendo debiti con le banche. Salvo il fatto che questa società definita di diritto privato gode per legge di un privilegio straordinario; qualunque sia la stupidaggine finanziata, o l’entità delle somme impiegate, la loro restituzione – e anche il pagamento degli interessi – è garantito dal Tesoro, quindi dalla ricchezza collettiva; debito qui, debito là, signore e signori, dov’è il debito? L’istituto europeo di statistica ha preteso che i mutui accesi con le banche dalle Scatole Vuote s.p.a. fossero conteggiati nel debito pubblico, come era giusto che accadesse: fine del gioco delle tre carte. Detto questo, tanto per ricordare il quadro, possiamo accennare per sommi capi ai problemi che rimangono aperti:

1. All’istituto europeo di statistica non importa nulla del modo con cui la voragine del debito nascosto verrà riempita; anzi, tenuto conto del generale clima politico, se il tutto si risolverà in un massacro dei servizi sociali, l’evento sarà probabilmente benvenuto; aprirà la porta ai servizi privati a pagamento. A noi importa, invece. Tuttavia, ora che il denaro è sparito, ingoiato nella palude amministrativa che protegge i cantieri, le cooperative di costruzione, la Rocksoil di Lunardi come la CMC di Ravenna o l’Impregilo, non possiamo che elemosinare una qualche mitigazione degli aspetti più incresciosi della stretta finanziaria, o sperare di diluire la botta in anni successivi. Con lo sberleffo di qualche cialtrone miliardario, che dopo avere posto le premesse della situazione attuale ci chiama alla virtù del sacrificio in nome degli interessi generali. La forza di questa truffa consiste nello sfasamento temporale tra il momento in cui il debito è creato e nascosto – e di cui usufruiscono una minoranza di persone, i padroni delle banche, i funzionari politici, i dirigenti o proprietari delle imprese di costruzione – e il momento in cui tutti gli altri vengono chiamati a pagare. Ma proprio per questo motivo va ricordato a gran voce che esiste un filo diretto tra il taglio di servizi essenziali, il mancato inserimento delle nuove generazioni nel mondo del lavoro, la carenza di innovazione del prodotto delle aziende italiane da una parte, e la politica delle grandi opere dall’altra. Vi è un trasferimento continuo di risorse a favore di un segmento limitato di popolazione, che ha la faccia di definirsi classe dirigente, il quale impoverisce il resto del paese, e prefigura una situazione in cui verrà a cadere anche la parvenza di uno stato di diritto. Il flusso è diretto verso settori di bassa tecnologia – popolati da semianalfabeti di origine politica o da affaristi rampanti – ma adatti a far cassa rapidamente. Legare questi aspetti in un discorso unitario è il compito politico più rilevante dell’iniziativa contro la legge obbiettivo, a Roma il 14 Ottobre.

2. Non esiste nessuna vera differenza, rispetto a questo argomento, tra centro-destra e centro-sinistra. A parte qualche inevitabile contesa sulla divisione del bottino, si può dire che gli uomini dell’uno e dell’altro schieramento sono in realtà nello stesso giro di affari. Secondo quanto ha raccontato Sergio Cusani a Susa nel febbraio di quest’anno, il progetto dell’Alta Velocità ferroviaria è nato, tanto per citare un fatto, da un accordo tra Fiat Impresit (ora Impregilo) e Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna, ben prima che accorresse a sguazzarvi dentro la Rocksoil di Lunardi. E per quanto riguarda l’architettura amministrativa e finanziaria che sostiene i progetti, essa è stata progressivamente messa a punto nell’arco di quindici anni, senza alcuna discontinuità tra un governo e il successivo. Tanto è vero che nel momento della crisi l’attuale governo ripete, con il trasferimento del Tfr ( la liquidazione) all’Inps e con la sua destinazione al finanziamento delle grandi opere, lo stesso miserabile artificio della Scatola Vuota s.p.a., facendo figurare come un’entrata di cassa quella che è un’appropriazione della ricchezza dei lavoratori, quindi un debito da onorare. Occorre dire per onestà che Rifondazione Comunista e Verdi si sono dimostrati per alcuni aspetti critici della logica delle grandi opere; ma la debolezza della loro posizione di principio deriva non solo dal fatto che essa si è dissolta spesso e volentieri nel momento delle scelte – e non solo in sede locale, i Verdi ad es. hanno avallato l’assurdità tecnica che le linee AV sarebbero servite a decongestionare il trasporto stradale di merci, quando nessuna soluzione, se questo fosse stato il problema da risolvere, avrebbe potuto essere meno fondata – ma anche dal suo carattere di una contestazione degli effetti ultimi, che evita di nominare le cause. E’ un atteggiamento di debolezza politica irrimediabile dichiararsi contrari al progetto AV perché eccessivamente costoso, senza spiegare il favore che esso incontra in tutte le altre formazioni politiche con il fatto che si tratta di un eccezionale strumento per l’appropriazione incontrollata del denaro pubblico. E specialmente senza dire che si tratta di una scelta che ha valore di sistema; l’aprire una voragine nei conti pubblici è non solo un furto alla maggior parte della popolazione, è la leva attraverso cui far passare la privatizzazione dei servizi, presentata come inevitabile per la mancanza di fondi ulteriori. Nei giorni pari qualche sconcio buffone ci racconta che dobbiamo sostenere, per decine e decine di anni, investimenti demenziali in completa perdita, per la modernizzazione, per la visione strategica, per il parere illuminato di Camillo Benso conte di Cavour, da lui interpellato con la tazzina; e nei giorni dispari, un altro vestito con il saio della penitenza ci viene a dire, la voce compunta, che siamo alla canna del gas, e che dobbiamo affidare la gestione dell’acqua a una società privata, perché non vi sono capitali pubblici che consentano il potenziamento, e neppure la gestione della rete. Lui non vorrebbe, ha il cuore che sanguina, ma è una scelta obbligata. Solo che i due, l’arlecchino e il penitente, vanno a cena insieme; sono soci in affari, se non direttamente, attraverso il loro partito.

3. Abbiamo detto che si tratta di una truffa, e che oramai è del tutto legale. Non siamo divenuti pazzi. I nazisti hanno sterminato milioni di persone, senza violare una sola legge del loro Stato; erano loro, anzi il loro beneamato Capo, a formulare le leggi. Non per questo quanto hanno fatto ha smesso di rappresentare un crimine. Tornando ai fatti attuali, non era scritto da nessuna parte che, in regime apparentemente democratico, una progressiva concentrazione di poteri e di forze interessate al saccheggio della ricchezza pubblica non arrivasse a svuotare di significato la democrazia stessa, né che la rapina del denaro di tutti divenisse l’attività normale del settore dominante del paese. In realtà, per rendere la competizione politica una farsa, è sufficiente il controllo totale dell’informazione. Nessuno sa per chi vota, né per quale motivo. La mancanza di strumenti di comunicazione colloca tutti gli altri in uno stato di inferiorità; se vogliamo uscire da questa condizione dobbiamo costruire circuiti di informazione alternativa. Le lotte di cui siamo protagonisti vanno nella direzione dell’interesse generale; eppure, qualche idiota si permette di indicarci come portatori di interessi particolari, poveri montanari affetti dalla sindrome Nimby. Tutto questo può accadere perché non abbiamo gli strumenti per arrivare ai molti che giorno dopo giorno vengono derubati, senza saperlo, del poco era stato concesso alla fatica dei loro padri. Annullare questa separazione è il primo dei nostri impegni; non è un impegno lieve, ma non possiamo evitarlo.

4. Ultima considerazione. Non credo che siamo di fronte a eventi così drammatici come quelli che attendevano le sottorazze ingoiate da Auschwitz; se ho ricordato le imprese dei nazisti è stato solo per sottolineare attraverso l’esempio più evidente del secolo appena trascorso, come la legge e il crimine possano andare sottobraccio; e come la coscienza sotterranea di questa condizione possa divenire un potente elemento di coesione conformista. Ma non ci troviamo neppure ad affrontare un semplice borseggio; la posta di questa partita è più alta. Sono in gioco l’equilibrio di poteri tra enti locali e potere centrale, pietra angolare della democrazia; l’indipendenza, o semplicemente il diritto ad esistere di enti autonomi di controllo, che l’invasione dei politici tende ad annullare – vedi il comportamento delle varie agenzie di protezione dell’ambiente o la scomparsa delle ferrovie di stato come tecnostruttura autonoma. In campo culturale, l’idea stessa della competenza è stata sostituita dalla retorica più becera, presa a prestito dal linguaggio militare che accompagna le grandi imprese – l’opera strategica, il corridoio numero cinque, ecc. -. Il tutto, infine, ha come contesto un problema denso di implicazioni per l’immediato futuro. Chi è in grado di interpretare i modelli di previsione globale per le variazioni di stato di questa boccia di acqua, aria e terra su cui viviamo – ne abbiamo al nostro interno un buon numero – sostiene che il cosiddetto sviluppo porta alla catastrofe, attraverso la progressiva degradazione delle risorse fondamentali. Le grandi opere devastano in modo irreversibile un bene primario: il territorio. Non è obbligatorio pensare che chi guida la corsa al disastro sia così stupido da tagliare volutamente il ramo a cui si appoggia; più ragionevolmente i Formigoni, Bresso e Illy sanno che il processo non sarà uniforme, e contano di raggiungere i loro soldi in qualche regione del mondo che resisterà più a lungo: una scelta da borghesia coloniale. Ma noi che abbiamo avuto in sorte di vivere nelle aree destinate prima delle altre allo scempio, dobbiamo trovare la forza di trasformare la nostra protesta in un messaggio di valore generale. Erga omnes.

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