22 novembre 2007

Il buon investimento si vede dall'analisi

Sotto un articolo un po' datato, ma interessante per capire come fanno a far finta di far tornare i conti. Dal sito di "La Voce"

Il buon investimento si vede dall'analisi
di Marco Ponti 13.03.2006

L'analisi di un investimento pubblico può dare risultati diversi a seconda del metodo utilizzato. L'approccio valore aggiunto tende a essere molto più favorevole ai progetti di spesa. Quello costi-benefici è più "severo" e permette di considerare i costi ambientali e gli aspetti distributivi. Entrambi incorrono però in un problema di trasparenza e efficacia politica: le alternative da valutare. Se si confrontano più possibilità, anche l’analisi valore aggiunto può divenire meno ottimistica, mentre per quella costi-benefici si riducono i rischi di manipolazione.

Questa nota prende spunto dall’analisi economica molto rigorosa presentata in occasione delle Olimpiadi di Torino da Stefano Fachin e Mario Zangola, e ripresa dal Sole-24Ore di martedì 7 febbraio. Non si intende entrare nel merito dei risultati dell’analisi, del tutto coerenti con il metodo adottato, applicato fra l’altro con l’uso di un modello molto convincente a investimenti pubblici dell’ordine dei 2,5 miliardi di euro (e di quasi 3 miliardi di investimenti privati, che assumiamo comunque come remunerativi).

Questione di metodo

Le perplessità riguardano la scelta del metodo. Si tratta un approccio che stima gli impatti sul valore aggiunto della spesa. Un metodo che anni fa è stato al centro di un celebre dibattito scientifico tra studiosi francesi (Le Gall e Charvel), a cui si contrapponevano quelli della Banca mondiale (Bela Balassa in particolare), sostenitori di un approccio diverso, l’analisi dei costi e dei benefici. Senza tediare il lettore, l’approccio "valore aggiunto" in sintesi misura quanto la spesa remunera i fattori della produzione: "lavoro" (cioè quanta occupazione genera), e "capitale" (quanti profitti genera). L’analisi costi-benefici invece considera i fattori della produzione impiegati come costi, cioè risorse consumate, e misura solo il guadagno netto dei consumatori (e dei produttori, quando avviene).
Ora succede che l’analisi di valore aggiunto assume implicitamente un contesto in cui la spesa pubblica è sempre cosa buona, dal momento che si traduce sempre in maggiore valore aggiunto. Non così l’analisi costi-benefici. Dunque, la prima analisi tende a dare risultati molto più favorevoli a progetti di spesa che non la seconda, ed è per questo amata dai politici e dai promotori o beneficiari dei progetti a tutti i livelli amministrativi, così come è invece inviso e temuto il secondo approccio, molto più "severo". Ovviamente, più il progetto è discutibile, maggiori sono le pressioni per valutarli con approcci "ottimistici": si sono viste molte analisi valore aggiunto per l’alta velocità ferroviaria e il ponte di Messina, ma l’elenco sarebbe lungo.

Se le alternative sono più d’una

C’è qualcosa di male nell’assumere scenari di tipo keynesiano in cui vale la pena di "scavar buche e riempirle"? Certamente, no.Anche se lo stesso Keynes aveva molta cura nel definire i presupposti limitatori della sua analisi e delle sue "ricette" di politica economica. Presupposti che non sembrano verificati nelle condizioni presenti.
Il primo problema è che siamo in un contesto di spesa pubblica vincolata da Maastricht. E di nuovo senza entrare in questioni noiose, questo vincolo indurrebbe a usare criteri di valutazione addirittura più "severi" dell’analisi costi-benefici "standard". Ma la sfera politica e gli interessi costituiti certo non gradirebbero.
Tuttavia, vi è un secondo problema, di trasparenza e efficacia "politica", che riguarda più l’approccio ottimistico valore aggiunto ma da cui non è esente neppure l’analisi costi-benefici: quello delle alternative da analizzare.
Se si analizza una sola alternativa di spesa con un metodo che tende a dar sempre risultati positivi, certo ben poco spazio è lasciato al confronto politico e al dibattito democratico sulle scelte da compiere (o almeno lo strumento non aiuta). Se si confrontano più alternative, anche l’analisi valore aggiunto può divenire un po’ meno "ottimistica", nel senso che non necessariamente l’alternativa cara agli interessi costituiti risulterà la migliore.
Per l’analisi costi-benefici valgono le stesse considerazioni: considerare più alternative di spesa riduce, pur senza annullarli, i rischi di manipolazione. (1)
È più difficile usare due pesi e due misure per piani "graditi" rispetto a progetti "sgraditi", che non determinare con alcune assunzioni ad hoc la bontà in assoluto di un solo progetto. Per esempio, un’alternativa meno costosa può prevalere (ma questo esito è meno facile nelle analisi Va).
Un’ulteriore lancia che forse si può spezzare in favore dell’analisi costi-benefici è che questa consente agevolmente di introdurre i costi ambientali e gli aspetti distributivi. Consente cioè di verificare chi sopporta costi e chi gode di benefici: variabili di grande rilievo oggi per le scelte pubbliche. La Banca mondiale ha ottimi studi in proposito. Con l’analisi valore aggiunto questo sembra molto più difficile. Un compromesso possibile sarebbe quello di usare appositi "prezzi ombra" nell’analisi costi-benefici in caso di obiettivi occupazionali molto rilevanti. Ma di nuovo il discorso rischia di cadere in una dimensione troppo tecnica.
Per concludere con una riflessione che riprende il tema iniziale: le Olimpiadi di Atene hanno determinato un buco tale nel bilancio della Grecia, che si stima ci vorranno alcuni anni a colmarlo. Ma un’analisi del tipo valore aggiunto avrebbe comunque fornito risultati positivi (è quasi assiomatico).

(1) Per esempio, previsioni iperottimistiche di domanda e di costi caratterizzano tutti i grandi progetti, come ampiamente dimostrato dal libro di Flyvberg, Bruzelius e Rothengatter "Megaprojects and risks".

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